| Il fondamentalista riluttante |
Mohsin Hamid, ne "Il fondamentalista riluttante", ed. Einaudi, € 9,00 - 134 pagg. - ce lo spiega, con una trama a doppio registro, una storia di vita che è anche un saggio sull'irresistibile tendenza dell'Occidente d'oggi a vivere di nostalgia, di un passato che non c'è più, producendo istituzioni e organizzazioni incaricate di "staccare la coda che non serve". |
"Chiedo scusa, signore, posso esserle d'aiuto? Ah, vedo che l'ho allarmata. Non si faccia spaventare dalla mia barba: io amo l'America. Mi sembrava che lei stesse cercando qualcosa; anzi, più che cercando, lei pareva in missione, e dato che io sono nativo di questa città e parlo la sua lingua, ho pensato di offrirle i miei servigi". Inizia così questo "fondamentale" libricino dello scrittore nativo del Pakistan Mohsin Hamid, quasi che il protagonista si rivolga a te lettore invece che al personaggio di carta con cui colloquia. Un personaggio, l'americano ("è stato il suo contegno", dice il protagonista, "a permettermi di identificarla"), che Hamid non descrive mai, se non attraverso i gesti di paura e diffidenza che compie in continuazione durante il colloquio con il protagonista. Un colloquio, tutto al presente, che avrà una fine inquietante. Nel mezzo, però, Hamid intreccia i flash-back della vita sentimentale e lavorativa del protagonista, nato a Lahore, la seconda città del Pakistan (come del resto lo scrittore), e giunto a Princeton, nel New Jersey, per frequentarvi il famosissimo college (http://www.princeton.edu/main/). A Princeton si sono laureati buona parte del gotha del mondo politico, economico, e scientifico degli Stati Uniti: presidenti, senatori, governatori, capi della C.I.A., generali (ad esempio Paetreus, il comandante generale delle operazioni alleate in Iraq, si è laureato a Princeton), membri della Corte suprema, giudici, insigni professori e scienziati e premi nobel. Ebbene il nostro giovane Chavez, entra a Princeton, e come ne parla all'inquietante americano in missione? "Ero stato, devo ammetterlo, esageratamente generoso nelle mie idee sullo standard degli studenti. Erano quasi tutti intelligenti, questosì, e molti erano anche brillanti, ma mentre io ero uno dei due soli pakistani del mio corso, due su una popolazione di più di cento milioni di anime, badi bene, gli americani erano il frutto di una scrematura condotta su percentuali molto meno clamorose. Erano un migliaio i suoi compatrioti le cui iscrizioni erano state accettate, cinquecento volte i miei, pur essendo la popolazione del vostro paese soltanto il doppio di quella del mio. di conseguenza i non americani tra noi tendevano in media a far meglio degli americani, e nel mio caso giunsi all'ultimo anno senza aver ricevuto un solo voto al di sotto del massimo". Volete scoprire come fa un giovane del genere, laureatosi a Princeton con i massimi voti, a diventare un fondamentalista "riluttante", come dice il titolo? Mohsid, continuando nel doppio registro letterario (racconto della trama del giovane Chavez al passato, e colloquio del Chavez ormai adulto con l'americano in misione), ci accompagna nel punto debole del sentimento occidentale, nel cuore di un America violata dall'11 settembre, vista dagli occhi del brillante giovane pakistano, la cui testa viene "cacciata" dal responsabile di una grande e agguerrita agenzia di counseling finanziario. Inizia così per lui la bella vita, i soldi, le relazioni, le amicizie importanti, ed inizia una profonda, complicata relazione, prima di amicizia, poi di sofferto amore, con la bella Erica. Erica rappresenta, per così dire, il cuore dell'America violata dall'11 settembre. Erica non riesce a staccarsi dal rapporto morboso con la figura assente ma psichicamente invadente del suo ex fidanzato, l'incarnazione del buon ragazzotto di provincia americano. Soggetta a crisi depressive sempre più profonde e laceranti, Erica rifiua l'aiuto e l'amore del giovane Changez, la sua vitalità, la sua apertura verso tutto ciò che è diverso, nuovo, vario, "straniero", e si racchiude nel dolore di un amore che non c'è più, pervasa da una terribile, irresistibile nostalgia. Ed è questo il punto dove vuole arrivare Mohsid, con questo libro: la nostalgia, da parte dell'Occidente, di un passato che non c'è (l'Occidente della frontiera, della conquista, dell'Impero, del colonialismo, della superiorità civile, economica e scientifica) avvelena i rapporto con l'Oriente, i cui figli, per reazione, abbracciano il fondamentalismo. Il giovane Changez comincia a capire che qualcosa non va, che quella potente societò per cui lavora, un'organizzazione in grado di decidere, con i suoi "advisor" finanziari la sorte di una grande industria e dei suoi migliaia di posti di lavoro, e gestita da uomini che sono il precipitato di una cultura aliena, incivile, terribile. Il capo di Changez, che riconosce in lui un "animale" simile per fame e ambiente di provenienza, e pertanto lo stima particolarmente, dice: "L'economia è un animale. Si evolve. Prima ha bisogno di muscoli. Poi tutto il sangue che rimane può affluire al cervello. Era lì che volevo essere. Nella finanza. Nella centrale di controllo. E ora ci sei anche tu. Tu sei il sangue che affluisce da una parte del corpo di cui la specie non ha più bisogno. La coda. Come me. Noi veniamo da luoghi ormai superflui". I luoghi superflui sono tutti i luoghi del mondo, come il Pakistan, da cui proviene il protagonista di questo libro, dove la società si organizza ancora intorno alle braccia, al lavoro, ai "muscoli", mentre in una serie di istituzioni e organizzazioni sempre più esclusive, uomini come il giovane Changez, abbagliati dalla lucentezza del denaro e del potere, vengono chiamati a "staccare la coda" dal corpo, dire chi serve, in questo sistema globale, e chi no. Non vi svelo il finale, inquietante, nè la strada che intraprenderà il protagonista. Leggetevi il libro, ne vale la pena, costa tra l'altro solo 9 euro ed è piccolo, 134 paginette. |








